venerdì 27 novembre 2009

In Mali il volto armato della cooperazione italiana

di Antonio Mazzeo



La Farnesina scimmiotta Africom, il comando militare USA per l’Africa che rende digeribile la politica di penetrazione strategica nel continente alternando le operazioni di guerra e la fornitura di sistemi d’arma con microinterventi sanitari a favore delle popolazioni locali. Il 20 novembre 2009, una sessantina tra operatori sanitari di cliniche pubbliche e private romane, piloti e personale logistico dell’Aeronautica militare e dirigenti di Alenia (Finmeccanica), società leader nella produzione di cacciabombardieri e aerei da trasporto truppe, sono partiti da Pratica di Mare alla volta dell’Africa occidentale. Destinazione il Mali, un paese partner degli Stati Uniti nella campagna regionale contro il “terrorismo” e le organizzazioni islamiche radicali.

L’inedita pattuglia di mercanti d’armi, volontari e militari italiani partecipa alla missione “Ridare la luce 2009” che, secondo il capitano Erminio Englearo (addetto stampa dello Stato maggiore dell’Aeronautica), ha come obiettivi “la cura delle popolazioni del deserto del Sahel dalle malattie della vista, lo svolgimento di operazioni di chirurgia generale e lo scambio di conoscenze su nuove tecniche operatorie tra medici e infermieri italiani e maliani”. “Durante le due settimane di permanenza in Africa”, aggiunge Englearo, “medici militari specializzati, frequentatori del Corso di perfezionamento in medicina aeronautica e spaziale, seguiranno un corso sulle patologie tipiche delle zone altamente disagiate e tropicali. La missione è svolta in coordinamento e collaborazione con l’ONG “Associazione Fatebenefratelli per i Malati Lontani” (AFMAL), Alenia Aeronautica, Esercito Italiano, Ministero degli Esteri, Istituto Superiore di Sanità”.

L’AFMAL opera in Mali dal 2003 e sempre con la “collaborazione logistica” dell’AMI. Quest’anno però l’intervento è molto più esteso: il personale che vi partecipa comprende dottori e infermieri degli Ospedali Fatebenefratelli San Pietro di Roma, Isola Tiberina e San Camillo e chirurghi ed anestesisti delle strutture mediche dell’Aeronautica e dell’Esercito, dell’Istituto Superiore di Sanità, della clinica Nuova Itor di Roma, delle università La Sapienza e Tor Vergata e perfino di due strutture estere, l’ospedale San Giovanni di Dio di Siviglia (Spagna) e l’Università di Vanderbildt del Tenensee (USA).

Un aereo C-130J della 46^ Brigata Aerea di Pisa si è fatto carico del trasporto delle attrezzature, dei presidi sanitari e del personale della missione. Per l’occasione è stato trasferito in Mali pure il nuovo prototipo di velivolo da trasporto tattico C-27J “Spartan” prodotto da Alenia Aeronautica in joint venture con alcune aziende del complesso militare industriale statunitense. “È con grande piacere che, anche quest’anno, Alenia Aeronautica mette a disposizione la propria tecnologia e le proprie persone per fornire supporto ad un’iniziativa che rappresenta non solo un grande esempio di solidarietà e collaborazione internazionale, ma che rispecchia i valori di fondo della nostra azienda”, ha dichiarato in una nota l’amministratore delegato di Alenia, Giovanni Bertolone. “Valori” che puntano “di fondo” a promuovere nel continente nero l’ultimo gioiello di guerra “made in Italy”, già ordinato da Grecia, Bulgaria, Lituania, Marocco dal Dipartimento della Difesa USA per rinnovare la flotta aerea del trasporto truppe. Sullo “Spartan” esiste anche un’opzione per l’acquisto di quattro unità da parte delle forze armate del Ghana, altro paese dell’Africa occidentale.

Madrina di “Ridare la luce”, la Direzione Generale per la Cooperazione allo Sviluppo del Ministero degli Esteri (MAE) che a Gaò, città maliana sul fiume Niger, è impegnata con l’Istituto Superiore di Sanità nella realizzazione di un reparto di oftalmologia e di un laboratorio d’analisi presso l’ospedale in cui opererà il personale civile e militare della missione AFMAL-Alenia. Per mera coincidenza, proprio il giorno in cui i due velivoli C-130J e C-27J decollavano dallo scalo militare di Pratica di Mare per il Mali, a Roma si teneva una riunione del Comitato direzionale del MAE che ratificava le nuove linee guida della cooperazione allo sviluppo. Dopo i pesantissimi tagli della finanziaria proprio alla voce “cooperazione” con il dirottamento dei fondi a favore delle missioni delle forze armate all’estero, si è deciso di congelare sine die qualsiasi finanziamento a favore dei progetti promossi dalle organizzazioni non governative. I fondi 2010, per un ammontare di 41,5 milioni di euro, saranno destinati solo ad iniziative della Banca Mondiale e delle diverse agenzie delle Nazioni Unite. “Per il futuro si prevede di ricorrere al contributo dei privati”, ha annunciato la responsabile per la cooperazione della Farnesina, Elisabetta Belloni. “Si punterà altresì al potenziamento della cooperazione universitaria rafforzando, contestualmente il sistema universitario italiano”. Proprio cioè come si sta facendo in Mali: forze armate, Finmeccanica, cliniche e università, tutte insieme, al posto delle ONG che hanno fatto la storia della cooperazione dal basso rafforzando la società civile del Sud del mondo.

Al fine della “razionalizzazione” delle risorse, il Comitato direzionale ha pure deciso la chiusura di quattro Unità tecniche locali (Utl): a Luanda (Angola), Sarajevo (Bosnia), Buenos Aires (Argentina) e Nuova Delhi (India). Di contro è stata decisa l’apertura di un ufficio tecnico in Siria, a conferma del sempre maggiore interesse del governo italiano a giocare un ruolo da protagonista nello scacchiere mediorientale. C’è poi l’Africa all’orizzonte della “nuova” cooperazione italiana. È stato dato parere favorevole a un credito di aiuto alla Tunisia per un controvalore di 45 milioni di euro, “al fine di sostenere la bilancia statale dei pagamenti”. Altre iniziative saranno avviate in Burundi, Etiopia, Niger e Sudan nel “settore della sanità, della lotta alla desertificazione e dello sviluppo di politiche di genere”.

La parte del leone sarà interpretata però da Afghanistan e Pakistan, sicuramente sulla scia del rafforzamento a breve termine della presenza militare italiana e NATO in quest’area di guerra. Per l’Afghanistan sono stati approvati un contributo di quattro milioni di euro che sarà gestito dal Fondo di ricostruzione della Banca Mondiale, più un finanziamento di 667 mila euro per il programma di “formazione a distanza tramite la televisione Radio education”. Per il Pakistan si è approvato un credito d’aiuto di 20 milioni di euro per “l’inclusione sociale e l’occupazione nella provincia nord-occidentale di frontiera”, un’iniziativa a cui il Comitato del MAE aveva già concesso un credito di 40 milioni lo scorso mese di luglio. Un milione e 350 mila euro saranno impiegati per “l’assistenza tecnica dei piccoli produttori ortofrutticoli della valle di Swat”. A eseguire il progetto sarà l’Istituto agronomico d’oltremare (Iao), organo tecnico-scientifico della Direzione generale della cooperazione allo sviluppo. Infine è stato dato parere favorevole a due contributi a favore degli uffici di Unicef ed Unifem in Pakistan. Finché c’è guerra c’è speranza, anche per gli aiuti.

mercoledì 25 novembre 2009

Le zone grigie dell’affaire commerciale di Barcellona PG

di Antonio Mazzeo


Può una società ufficialmente «inattiva» e con zero dipendenti a carico, ottenere in una decina di mesi ciò che non è stato concesso in tre anni ad una S.p.A. con fatturato annuo di 210 milioni di euro, 113 manager e più di 1.000 impiegati? La risposta è Sì se ci troviamo a Barcellona Pozzo di Gotto, comune del messinese dove proliferano cosche mafiose e logge massoniche più o meno deviate, e la società in questione è la Dibeca S.a.S. dei congiunti di Rosario Pio Cattafi, un pluripregiudicato già al centro di inquietanti inchieste su criminalità organizzata e traffici di droga e armi. «Cattafi – come recita un passaggio della relazione di minoranza della Commissione parlamentare antimafia della XIV legislatura, primo firmatario l’on. Giuseppe Lumia - solo nel luglio 2005 ha finito di scontare la misura di prevenzione antimafia della sorveglianza speciale con obbligo di soggiorno, irrogatagli nel massimo (cinque anni), per la sua pericolosità, comprovata, secondo quanto si legge nel decreto emesso dal Tribunale di Messina, dai suoi costanti contatti, protrattisi per decenni e particolarmente intensi proprio nella stagione delle stragi, con personaggi del calibro di Benedetto Santapaola, Pietro Rampulla, Angelo Epaminonda (col quale Cattafi relazionò nel lungo periodo di sua permanenza a Milano) e Giuseppe Gullotti (addirittura di quest’ultimo, capomafia barcellonese condannato definitivamente per l’omicidio del giornalista Beppe Alfano, Cattafi, nella migliore delle tradizioni di Cosa Nostra, è stato testimone di nozze)».

La vicenda in oggetto vede l’approvazione in tempi record e con voto unanime della maggioranza di centro destra e dell’opposizione Pd-Udc, del piano particolareggiato che consente di trasformare 18,4 ettari di terreni agricoli di contrada Siena in un megaparco commerciale con tanto di «paese albergo», ristoranti e divertifici vari. Un’operazione per svariate centinaia di milioni di euro che la Dibeca della famiglia Cattafi ha ereditato a costo zero dalla “G.d.m. - Grande Distribuzione Meridionale S.p.A.” di Campo Calabro (Reggio Calabria), azienda che gestisce gli ipermercati della francese Carrefour in Calabria e Sicilia più numerosi supermercati dei marchi Quiiper, Dìperdì e Docks market. Nella primavera del 2005, fu proprio la società di Campo Calabro, previa stipula con la Dibeca di un contratto di comodato d’uso e relativa promessa di acquisto dei terreni, ad avviare l’iter per ottenere l’OK del Comune di Barcellona al megaparco commerciale. Il 14 giugno 2006, dieci mesi prima della pubblicazione sulla Gazzetta ufficiale della Regione Siciliana dell’approvazione del nuovo Piano regolatore generale di Barcellona Pozzo di Gotto che individuava proprio nell’area di contrada Siena la cosiddetta «Zona D.3.2 con destinazione esclusivamente commerciale», la G.d.m. affidava l’elaborazione della planivolumetria del piano, con allegata relazione illustrativa e previsione di massima delle spese, all’architetto Mario Nastasi, professionista che aveva già collaborato alla stesura del Prg di Barcellona. Il lavoro durava all’incirca un anno e nel giugno 2007 il progetto controfirmato da Filippo Leopatri (responsabile dell’Ufficio tecnico e manutenzione della G.d.m.), approdava finalmente in Comune.

Sorprendentemente, undici mesi dopo, la società calabrese decideva però di ritirarsi dall’affare multimilionario. A spiegare le ragioni dell’inatteso forfait, l’avvocato Mario Battaglia, legale della G.d.m.. «In base al contratto stipulato nel 2005 con la Dibeca di Barcellona – dichiarava Battaglia - era previsto che l’acquisto dell’area di proprietà Dibeca era subordinato al verificarsi di una serie di condizioni, consistenti nell’ottenimento, entro e non oltre tre anni dalla sua stipula, sia dell’approvazione del progetto di un Centro commerciale con annesso ipermercato, sia del rilascio delle relative concessioni edilizie da parte del Comune, sia dell’autorizzazione amministrativa commerciale per l’apertura di una grande struttura di vendita. Nessuna delle condizioni previste in contratto si è avverata nel termine triennale indicato: da qui il venir meno dell’interesse di G.d.m. all’iniziativa urbanistica. Così, con nota privata del 28 maggio 2008, è stato comunicato alla Dibeca di non dare corso alla stipula dell’atto di acquisto, stante il mancato avveramento nel termine triennale delle condizioni sospensive previste fra le parti, inerenti il mancato perfezionamento degli iter amministrativi previsti dal contratto».

Sin troppo frettolosa la decisione della società calabrese. A ben vedere le supposte lungaggini burocratiche a Palazzo Longano potevano benissimo essere imputate ad una serie di eventi “esterni” che avevano causato la paralisi della vita amministrativa. Il 26 giugno 2006, ad esempio, la Prefettura di Messina aveva disposto la costituzione di una commissione per condurre un’ispezione a Barcellona e verificare la sussistenza di presunti condizionamenti criminali nella gestione dell’ente locale. Il 24 luglio successivo la commissione era in grado di presentare una documentata relazione che paventava l’esigenza di scioglimento per mafia degli organi amministrativi. Nella relazione, in particolare, veniva censurato il contratto stipulato dal Comune per l’uso di uno stabile di proprietà della Dibeca di Rosario Cattafi. Si apriva però un estenuante tira e molla tra la il ministero degli Interni, la prefettura e l’amministrazione dell’allora e odierno sindaco Candeloro Nania e, grazie all’azione di pressing del cugino senatore Domenico Nania (al tempo capogruppo al Senato di An) e, probabilmente, di un leader siciliano del Partito democratico ultragarantista, il ministro Giuliano Amato decise alla fine di non apporre la propria firma al decreto di scioglimento. Sindaco e consiglieri barcellonesi poterono concludere regolarmente il loro mandato. Poi, nella primavera del 2007, le elezioni per il rinnovo del consiglio e la costituzione di una nuova giunta, realmente operativi, come sempre accade, solo dopo la pausa estiva.

Tolti i tempi tecnici per la stesura del piano particolareggiato e la lunga crisi che ha investito Palazzo Longano, i funzionari dell’ente hanno avuto meno di dieci mesi per visionare tavole ed elaborati. Complessità e vastità del progetto richiedevano ben altre analisi e la G.d.m. avrebbe dovuto mostrare meno ansia e più tolleranza. Il Parco commerciale di Barcellona, con i suoi 184.000 metri quadri di estensione è trentasei volte più grande degli ipermercati con marchio Carrefour che il gruppo gestisce nel sud Italia. Sembrano fatti tutti con lo stampino: spazi espositivi e vendita di 5.000 metri quadri ritagliati nel cuore dei nuovissimi Shopping Center di Reggio Calabria (“Porto Bolaro”), Castrofilippo, Agrigento (“Le Vigne”), San Cataldo, Caltanissetta (“Il Casale”), Modica, Ragusa (“La Fortezza”) e finanche a Milazzo, comune limitrofo a Barcellona Pozzo di Gotto.

L’inatteso ritiro della G.d.m. appare forse più comprensibile alla luce di certe dichiarazioni che è possibile leggere sulla stampa locale e che avrebbero meritato maggiore attenzione da parte di consiglieri e forze politiche e sociali. In un articolo apparso il 24 dicembre 2008 sul settimanale Centonove che cita come fonte l’assessore comunale al commercio e all’artigianato in carica dal 2007, Nicola Marzullo, si afferma ad esempio che la società calabrese sarebbe stata condizionata dalla «bocciatura» del piano particolareggiato da parte della commissione edilizia perché «prevedeva la costruzione della megainfrastruttura in un’area di contrada Siena di 18 ettari prettamente agricola». «Il progetto – si legge ancora - sarebbe passato solo con una variante al piano regolatore che avrebbe permesso di trasformare la zona in questione in area commerciale. Ma a Barcellona, come fa notare l’assessore, un area commerciale esiste già: è quella in prossimità dello svincolo autostradale, dove sorgeranno il centro Famila superstore e il supermercato Lidl, ed è perfettamente in grado di ospitare anche un parco di grandi dimensioni. “Il fatto che la G.d.m. non abbia fatto ricorso contro la decisione dell’ufficio tecnico – dice Nicola Marzullo – mi fa pensare che abbia dovuto fare i conti con problemi interni che ne hanno condizionato le strategie”».

Sempre nello stesso articolo si spiega che «a certificare questa brusca frenata è anche una relazione redatta dal Comune sullo sviluppo della rete commerciale barcellonese relativo al periodo 1988-2003. Solo una settantina i negozi aperti negli ultimi 15 anni: una crescita minima, pari allo 0,52% annuo, al di sotto della media regionale che, per i comuni con più di 35.000 abitanti, si attesta invece introno al 2%». Vengono delineate infine ben altre priorità di sviluppo da parte dell’assessore comunale competente: «l’approvazione di piani particolari per la creazione di mini-aree commerciali in zone antiche della città come la vecchia pescheria» e la «realizzazione della “zona artigianale”, i cui lotti sono stati assegnati dieci anni fa a ditte che non hanno mai costruito». Ricapitolando, il piano G.d.m. sarebbe stato bocciato dalla commissione edilizia perché ultradimensionato e incompatibile con i piani di sviluppo agricolo e commerciale dell’amministrazione barcellonese.

Di fronte a valutazioni così nette, chiunque avrebbe fatto dietrofront. Invece accade il grande colpo di scena: il 5 gennaio 2009, a 12 giorni dalla pubblicazione delle dichiarazioni dell’assessore Marzullo, si fa avanti la Dibeca che presenta al Comune una domanda di cambio di titolarità della richiesta di concessione edilizia per l’identico piano particolareggiato, valendosi di quella che sostiene essere una «continuità soggettiva, atteso che la nuova istanza viene dai proprietari di quei terreni che davano sostanza alla richiesta della G.d.m.». La discesa in campo della famiglia Cattafi muta improvvisamente i pregressi scenari: i primi di agosto la commissione urbanistica approva il piano e il mese successivo giunge l’imprimatur della III commissione consiliare. Il piano approda così in consiglio comunale e, il 16 novembre, con 22 voti favorevoli e un solo astenuto, arriva il sigillo definitivo al megaparco commerciale. Con buona pace della G.d.m. che mai avrebbe creduto al repentino ripensamento di Palazzo Longano e degli antichi proprietari dei terreni di contrada Siena, disfattisi per poche centinaia di migliaia di euro di un’area trasformatasi d’incanto nel pozzo di san Patrizio.

Scelta altrettanto poco felice quella di posizionarsi in un’altra area siciliana ad alta presenza mafiosa, la provincia di Agrigento. A Castrofilippo, lo scorso anno, è stato inaugurato in pompa magna il centro commerciale “Le Vigne”, 110.000 metri quadri di superficie, un centinaio di attività commerciali di grandi, medie e piccole dimensioni e l’immancabile ipermercato Carrefour-G.d.m.. Neanche il tempo di festeggiare che il 5 dicembre 2008, su ordine del Tribunale di Palermo, il megastore di Castrofilippo veniva sottoposto a sequestro preventivo nell’ambito dell’inchiesta sulle operazioni finanziarie “coperte” del boss mafioso Giuseppe Falsone di Campobello di Licata, ritenuto il numero uno di Cosa nostra in provincia di Agrigento e fra i 30 ricercati più pericolosi d’Italia. Stando alle risultanze delle indagini e grazie anche alle dichiarazioni del collaboratore di giustizia Beniamino Di Gati, uomini appartenenti alle cosche locali (tra cui Gerlando Morreale e Calogero Costanza, originari di Favara, e Calogero Di Caro di Canicattì), avrebbero realizzato ingenti investimenti nei lavori edili, partecipando proprio alla progettazione e realizzazione del centro commerciale agrigentino. Una società di Canicattì riconducibile a persone “vicine” a Cosa nostra aveva acquistato i terreni in contrada Cometi, avviando contestualmente le pratiche per la concessione edilizia. Successivamente la società aveva venduto per 4 milioni di euro le autorizzazioni e parte dei terreni alla Sercom di Catanzaro, azienda specializzata nella realizzazione di centri commerciali. Fu la Sercom ad avviare i lavori, a cui, secondo la Direzione Distrettuale Antimafia di Palermo, avrebbero partecipato pure alcune imprese in mano a Costanza, Di Caro e Morreale. Da qui l’ordine di sequestro del centro commerciale poi annullato a fine dicembre 2008 dal Tribunale della libertà per «l’estraneità della Sercom alle indagini dell’inchiesta “Agorà” e del legale rappresentante Rosario Russo, ascoltato solo come “persona informata sui fatti”». Il provvedimento ha consentito la riapertura delle attività de “Le Vigne”, senza ulteriori pregiudizi per gli esercizi commerciali ivi ospitati.

Della Sercom di Catanzaro, presente accanto a G.d.m. pure nei centri commerciali siciliani di San Cataldo e Modica, si parla nella già citata relazione prefettizia sul presunto condizionamento mafioso di Barcellona Pozzo di Gotto. «Questa Commissione – vi si legge - ha proceduto in data 30 giugno 2006 all’audizione della dottoressa Sebastiana Caliri, dirigente del VI Settore del Comune deputato alla gestione dei servizi relativi allo sviluppo economico, turismo, fiere e mercati, attività produttive, annona, rapporti comunitari, alloggi popolari, la quale ha dichiarato di aver rigettato una richiesta di licenza alla Sercom S.p.A., per la quale è in corso il provvedimento di diniego, perchè non c’è conformità sulla base urbanistica».

«A seguito di accertamenti esperiti dall’Arma dei Carabinieri – aggiunge la Commissione prefettizia - sarebbero emerse gravi anomalie nella gestione dell’attività amministrativa di rilascio delle varie tipologie di licenze commerciali». Relativamente alle autorizzazioni comunali per medie e grandi strutture, si cita in particolare quella emessa il 13 giugno 2005 a favore della “G.D.C. Grande Distribuzione Catanese S.p.A.” per uno store in contrada S. Antonio - svincolo autostradale. La “G.D.C.” appartiene all’imprenditore Roberto Abate, titolare del maggiore centro commerciale realizzato sino ad oggi in Sicilia (Etnapolis). Sul potente operatore economico di Paternò, sempre secondo la Commissione d’indagine della Prefettura di Messina, «sono state accertate in Banca Dati Forze di Polizia le seguenti vicissitudini giudiziarie: associazione per delinquere, commercio di sostanze nocive, altri reati contro la salute pubblica nel settore alimentare, in concorso con altre persone; reati commessi con frode; violazioni del T.LL.SS.».

Le zone grigie dell’affaire commerciale di Barcellona PG

di Antonio Mazzeo


Può una società ufficialmente «inattiva» e con zero dipendenti a carico, ottenere in una decina di mesi ciò che non è stato concesso in tre anni ad una S.p.A. con fatturato annuo di 210 milioni di euro, 113 manager e più di 1.000 impiegati? La risposta è Sì se ci troviamo a Barcellona Pozzo di Gotto, comune del messinese dove proliferano cosche mafiose e logge massoniche più o meno deviate, e la società in questione è la Dibeca S.a.S. dei congiunti di Rosario Pio Cattafi, un pluripregiudicato già al centro di inquietanti inchieste su criminalità organizzata e traffici di droga e armi. «Cattafi – come recita un passaggio della relazione di minoranza della Commissione parlamentare antimafia della XIV legislatura, primo firmatario l’on. Giuseppe Lumia - solo nel luglio 2005 ha finito di scontare la misura di prevenzione antimafia della sorveglianza speciale con obbligo di soggiorno, irrogatagli nel massimo (cinque anni), per la sua pericolosità, comprovata, secondo quanto si legge nel decreto emesso dal Tribunale di Messina, dai suoi costanti contatti, protrattisi per decenni e particolarmente intensi proprio nella stagione delle stragi, con personaggi del calibro di Benedetto Santapaola, Pietro Rampulla, Angelo Epaminonda (col quale Cattafi relazionò nel lungo periodo di sua permanenza a Milano) e Giuseppe Gullotti (addirittura di quest’ultimo, capomafia barcellonese condannato definitivamente per l’omicidio del giornalista Beppe Alfano, Cattafi, nella migliore delle tradizioni di Cosa Nostra, è stato testimone di nozze)».

La vicenda in oggetto vede l’approvazione in tempi record e con voto unanime della maggioranza di centro destra e dell’opposizione Pd-Udc, del piano particolareggiato che consente di trasformare 18,4 ettari di terreni agricoli di contrada Siena in un megaparco commerciale con tanto di «paese albergo», ristoranti e divertifici vari. Un’operazione per svariate centinaia di milioni di euro che la Dibeca della famiglia Cattafi ha ereditato a costo zero dalla “G.d.m. - Grande Distribuzione Meridionale S.p.A.” di Campo Calabro (Reggio Calabria), azienda che gestisce gli ipermercati della francese Carrefour in Calabria e Sicilia più numerosi supermercati dei marchi Quiiper, Dìperdì e Docks market. Nella primavera del 2005, fu proprio la società di Campo Calabro, previa stipula con la Dibeca di un contratto di comodato d’uso e relativa promessa di acquisto dei terreni, ad avviare l’iter per ottenere l’OK del Comune di Barcellona al megaparco commerciale. Il 14 giugno 2006, dieci mesi prima della pubblicazione sulla Gazzetta ufficiale della Regione Siciliana dell’approvazione del nuovo Piano regolatore generale di Barcellona Pozzo di Gotto che individuava proprio nell’area di contrada Siena la cosiddetta «Zona D.3.2 con destinazione esclusivamente commerciale», la G.d.m. affidava l’elaborazione della planivolumetria del piano, con allegata relazione illustrativa e previsione di massima delle spese, all’architetto Mario Nastasi, professionista che aveva già collaborato alla stesura del Prg di Barcellona. Il lavoro durava all’incirca un anno e nel giugno 2007 il progetto controfirmato da Filippo Leopatri (responsabile dell’Ufficio tecnico e manutenzione della G.d.m.), approdava finalmente in Comune.

Sorprendentemente, undici mesi dopo, la società calabrese decideva però di ritirarsi dall’affare multimilionario. A spiegare le ragioni dell’inatteso forfait, l’avvocato Mario Battaglia, legale della G.d.m.. «In base al contratto stipulato nel 2005 con la Dibeca di Barcellona – dichiarava Battaglia - era previsto che l’acquisto dell’area di proprietà Dibeca era subordinato al verificarsi di una serie di condizioni, consistenti nell’ottenimento, entro e non oltre tre anni dalla sua stipula, sia dell’approvazione del progetto di un Centro commerciale con annesso ipermercato, sia del rilascio delle relative concessioni edilizie da parte del Comune, sia dell’autorizzazione amministrativa commerciale per l’apertura di una grande struttura di vendita. Nessuna delle condizioni previste in contratto si è avverata nel termine triennale indicato: da qui il venir meno dell’interesse di G.d.m. all’iniziativa urbanistica. Così, con nota privata del 28 maggio 2008, è stato comunicato alla Dibeca di non dare corso alla stipula dell’atto di acquisto, stante il mancato avveramento nel termine triennale delle condizioni sospensive previste fra le parti, inerenti il mancato perfezionamento degli iter amministrativi previsti dal contratto».

Sin troppo frettolosa la decisione della società calabrese. A ben vedere le supposte lungaggini burocratiche a Palazzo Longano potevano benissimo essere imputate ad una serie di eventi “esterni” che avevano causato la paralisi della vita amministrativa. Il 26 giugno 2006, ad esempio, la Prefettura di Messina aveva disposto la costituzione di una commissione per condurre un’ispezione a Barcellona e verificare la sussistenza di presunti condizionamenti criminali nella gestione dell’ente locale. Il 24 luglio successivo la commissione era in grado di presentare una documentata relazione che paventava l’esigenza di scioglimento per mafia degli organi amministrativi. Nella relazione, in particolare, veniva censurato il contratto stipulato dal Comune per l’uso di uno stabile di proprietà della Dibeca di Rosario Cattafi. Si apriva però un estenuante tira e molla tra la il ministero degli Interni, la prefettura e l’amministrazione dell’allora e odierno sindaco Candeloro Nania e, grazie all’azione di pressing del cugino senatore Domenico Nania (al tempo capogruppo al Senato di An) e, probabilmente, di un leader siciliano del Partito democratico ultragarantista, il ministro Giuliano Amato decise alla fine di non apporre la propria firma al decreto di scioglimento. Sindaco e consiglieri barcellonesi poterono concludere regolarmente il loro mandato. Poi, nella primavera del 2007, le elezioni per il rinnovo del consiglio e la costituzione di una nuova giunta, realmente operativi, come sempre accade, solo dopo la pausa estiva.

Tolti i tempi tecnici per la stesura del piano particolareggiato e la lunga crisi che ha investito Palazzo Longano, i funzionari dell’ente hanno avuto meno di dieci mesi per visionare tavole ed elaborati. Complessità e vastità del progetto richiedevano ben altre analisi e la G.d.m. avrebbe dovuto mostrare meno ansia e più tolleranza. Il Parco commerciale di Barcellona, con i suoi 184.000 metri quadri di estensione è trentasei volte più grande degli ipermercati con marchio Carrefour che il gruppo gestisce nel sud Italia. Sembrano fatti tutti con lo stampino: spazi espositivi e vendita di 5.000 metri quadri ritagliati nel cuore dei nuovissimi Shopping Center di Reggio Calabria (“Porto Bolaro”), Castrofilippo, Agrigento (“Le Vigne”), San Cataldo, Caltanissetta (“Il Casale”), Modica, Ragusa (“La Fortezza”) e finanche a Milazzo, comune limitrofo a Barcellona Pozzo di Gotto.

L’inatteso ritiro della G.d.m. appare forse più comprensibile alla luce di certe dichiarazioni che è possibile leggere sulla stampa locale e che avrebbero meritato maggiore attenzione da parte di consiglieri e forze politiche e sociali. In un articolo apparso il 24 dicembre 2008 sul settimanale Centonove che cita come fonte l’assessore comunale al commercio e all’artigianato in carica dal 2007, Nicola Marzullo, si afferma ad esempio che la società calabrese sarebbe stata condizionata dalla «bocciatura» del piano particolareggiato da parte della commissione edilizia perché «prevedeva la costruzione della megainfrastruttura in un’area di contrada Siena di 18 ettari prettamente agricola». «Il progetto – si legge ancora - sarebbe passato solo con una variante al piano regolatore che avrebbe permesso di trasformare la zona in questione in area commerciale. Ma a Barcellona, come fa notare l’assessore, un area commerciale esiste già: è quella in prossimità dello svincolo autostradale, dove sorgeranno il centro Famila superstore e il supermercato Lidl, ed è perfettamente in grado di ospitare anche un parco di grandi dimensioni. “Il fatto che la G.d.m. non abbia fatto ricorso contro la decisione dell’ufficio tecnico – dice Nicola Marzullo – mi fa pensare che abbia dovuto fare i conti con problemi interni che ne hanno condizionato le strategie”».

Sempre nello stesso articolo si spiega che «a certificare questa brusca frenata è anche una relazione redatta dal Comune sullo sviluppo della rete commerciale barcellonese relativo al periodo 1988-2003. Solo una settantina i negozi aperti negli ultimi 15 anni: una crescita minima, pari allo 0,52% annuo, al di sotto della media regionale che, per i comuni con più di 35.000 abitanti, si attesta invece introno al 2%». Vengono delineate infine ben altre priorità di sviluppo da parte dell’assessore comunale competente: «l’approvazione di piani particolari per la creazione di mini-aree commerciali in zone antiche della città come la vecchia pescheria» e la «realizzazione della “zona artigianale”, i cui lotti sono stati assegnati dieci anni fa a ditte che non hanno mai costruito». Ricapitolando, il piano G.d.m. sarebbe stato bocciato dalla commissione edilizia perché ultradimensionato e incompatibile con i piani di sviluppo agricolo e commerciale dell’amministrazione barcellonese.

Di fronte a valutazioni così nette, chiunque avrebbe fatto dietrofront. Invece accade il grande colpo di scena: il 5 gennaio 2009, a 12 giorni dalla pubblicazione delle dichiarazioni dell’assessore Marzullo, si fa avanti la Dibeca che presenta al Comune una domanda di cambio di titolarità della richiesta di concessione edilizia per l’identico piano particolareggiato, valendosi di quella che sostiene essere una «continuità soggettiva, atteso che la nuova istanza viene dai proprietari di quei terreni che davano sostanza alla richiesta della G.d.m.». La discesa in campo della famiglia Cattafi muta improvvisamente i pregressi scenari: i primi di agosto la commissione urbanistica approva il piano e il mese successivo giunge l’imprimatur della III commissione consiliare. Il piano approda così in consiglio comunale e, il 16 novembre, con 22 voti favorevoli e un solo astenuto, arriva il sigillo definitivo al megaparco commerciale. Con buona pace della G.d.m. che mai avrebbe creduto al repentino ripensamento di Palazzo Longano e degli antichi proprietari dei terreni di contrada Siena, disfattisi per poche centinaia di migliaia di euro di un’area trasformatasi d’incanto nel pozzo di san Patrizio.

Scelta altrettanto poco felice quella di posizionarsi in un’altra area siciliana ad alta presenza mafiosa, la provincia di Agrigento. A Castrofilippo, lo scorso anno, è stato inaugurato in pompa magna il centro commerciale “Le Vigne”, 110.000 metri quadri di superficie, un centinaio di attività commerciali di grandi, medie e piccole dimensioni e l’immancabile ipermercato Carrefour-G.d.m.. Neanche il tempo di festeggiare che il 5 dicembre 2008, su ordine del Tribunale di Palermo, il megastore di Castrofilippo veniva sottoposto a sequestro preventivo nell’ambito dell’inchiesta sulle operazioni finanziarie “coperte” del boss mafioso Giuseppe Falsone di Campobello di Licata, ritenuto il numero uno di Cosa nostra in provincia di Agrigento e fra i 30 ricercati più pericolosi d’Italia. Stando alle risultanze delle indagini e grazie anche alle dichiarazioni del collaboratore di giustizia Beniamino Di Gati, uomini appartenenti alle cosche locali (tra cui Gerlando Morreale e Calogero Costanza, originari di Favara, e Calogero Di Caro di Canicattì), avrebbero realizzato ingenti investimenti nei lavori edili, partecipando proprio alla progettazione e realizzazione del centro commerciale agrigentino. Una società di Canicattì riconducibile a persone “vicine” a Cosa nostra aveva acquistato i terreni in contrada Cometi, avviando contestualmente le pratiche per la concessione edilizia. Successivamente la società aveva venduto per 4 milioni di euro le autorizzazioni e parte dei terreni alla Sercom di Catanzaro, azienda specializzata nella realizzazione di centri commerciali. Fu la Sercom ad avviare i lavori, a cui, secondo la Direzione Distrettuale Antimafia di Palermo, avrebbero partecipato pure alcune imprese in mano a Costanza, Di Caro e Morreale. Da qui l’ordine di sequestro del centro commerciale poi annullato a fine dicembre 2008 dal Tribunale della libertà per «l’estraneità della Sercom alle indagini dell’inchiesta “Agorà” e del legale rappresentante Rosario Russo, ascoltato solo come “persona informata sui fatti”». Il provvedimento ha consentito la riapertura delle attività de “Le Vigne”, senza ulteriori pregiudizi per gli esercizi commerciali ivi ospitati.

Della Sercom di Catanzaro, presente accanto a G.d.m. pure nei centri commerciali siciliani di San Cataldo e Modica, si parla nella già citata relazione prefettizia sul presunto condizionamento mafioso di Barcellona Pozzo di Gotto. «Questa Commissione – vi si legge - ha proceduto in data 30 giugno 2006 all’audizione della dottoressa Sebastiana Caliri, dirigente del VI Settore del Comune deputato alla gestione dei servizi relativi allo sviluppo economico, turismo, fiere e mercati, attività produttive, annona, rapporti comunitari, alloggi popolari, la quale ha dichiarato di aver rigettato una richiesta di licenza alla Sercom S.p.A., per la quale è in corso il provvedimento di diniego, perchè non c’è conformità sulla base urbanistica».

«A seguito di accertamenti esperiti dall’Arma dei Carabinieri – aggiunge la Commissione prefettizia - sarebbero emerse gravi anomalie nella gestione dell’attività amministrativa di rilascio delle varie tipologie di licenze commerciali». Relativamente alle autorizzazioni comunali per medie e grandi strutture, si cita in particolare quella emessa il 13 giugno 2005 a favore della “G.D.C. Grande Distribuzione Catanese S.p.A.” per uno store in contrada S. Antonio - svincolo autostradale. La “G.D.C.” appartiene all’imprenditore Roberto Abate, titolare del maggiore centro commerciale realizzato sino ad oggi in Sicilia (Etnapolis). Sul potente operatore economico di Paternò, sempre secondo la Commissione d’indagine della Prefettura di Messina, «sono state accertate in Banca Dati Forze di Polizia le seguenti vicissitudini giudiziarie: associazione per delinquere, commercio di sostanze nocive, altri reati contro la salute pubblica nel settore alimentare, in concorso con altre persone; reati commessi con frode; violazioni del T.LL.SS.».

giovedì 8 ottobre 2009

US Air Force: “Difettosa la manutenzione degli F-16 di Aviano”

di Antonio Mazzeo



Gravi gli errori commessi durante i lavori di manutenzione dei motori dei cacciabombardieri F-16 di stanza nella base aerea di Aviano (Pordenone). È il giudizio della commissione nominata dal Comando dell’US Air Force in Europa per indagare sulle cause dell’incidente avvenuto il 24 marzo scorso, quando il pilota di un F-16 del 31st Fighter Wing sganciò volontariamente due serbatoi sul villaggio di Tamai di Brugnera, prima di effettuare un atterraggio d’emergenza ad Aviano. Un atto che poteva benissimo generare una tragedia: uno dei due serbatoi, del peso di circa mezza tonnellata, finì infatti su una casa colonica sfondando il tetto e distruggendo un’utilitaria. Il secondo serbatoio cadde invece tra due abitazioni, a pochi metri dal cortile dove stavano giocando dei bambini. Fortunatamente i serbatoi riuscirono pure a reggere l’urto con il suolo e a non incendiarsi.

Secondo quanto ammesso dal Comando dell’aeronautica militare USA, il motore del cacciabombardiere avrebbe ceduto a causa di una “grossa perdita di carburante dal punto di connessione tra il tubo di scarico esterno e quello principale”. “Il sigillo di questa connessione – prosegue l’US Air Force - ha ceduto per cause di ordine tecnico, poiché la connessione non era stata correttamente controllata dal personale che deve eseguire e verificare le attività di manutenzione dei motori”. Nonostante le gravi responsabilità attribuite al personale del 31st Maintenance Group (lo specifico gruppo addetto alla manutenzione dei caccia di stanza ad Aviano), nel rapporto stilato dalla commissione d’inchiesta non si fa però riferimento ad eventuali azioni disciplinari. L’US Air Force fa sapere che il colonnello David B. Coomer, comandante del reparto al tempo dell’incidente, non è più in forza alla base italiana. Encomio invece per il pilota del cacciabombardiere che ha “eseguito in modo appropriato le procedure e ha sganciato i serbatoi nell’area relativamente meno popolata”. In caso contrario, il pilota “avrebbe perso il controllo dell’aereo e non sarebbe potuto rientrare ad Aviano”.

Quello di Tamai di Brugnera è stato solo l’ultimo di una lunga serie di incidenti che hanno visto protagonisti i velivoli USA che operano dalla grande base aerea friulana. Solo negli ultimi due anni, due di essi si sono schiantati al suolo in zone prossime ai centri abitati. Il 18 settembre 2007, un caccia F-16 del 510º Squadrone aereo precipitò sulla montagna che sovrasta la frazione di Soramae, nel comune di Zolto Alto (Belluno), con il pilota che riuscì a salvarsi lanciandosi dal velivolo qualche attimo prima dell’impatto. I risultati dell’inchiesta, resi pubblici il 19 gennaio 2008, individuarono in un’impressionante serie di fattori, le possibili cause dell’incidente. “Le pessime condizioni atmosferiche, una parte mal funzionante del velivolo e un errore del pilota sono alla base dell’evento”, si legge nel rapporto pubblicato dal Comando dell’US Air Force. In particolare, “l’anello del dispositivo che segnala all’aereo la sua traiettoria si è gelato quando il velivolo è transitato dentro il temporale che stava investendo l’area prossima alla base di Aviano”. Di conseguenza i computer di bordo “continuarono a ricevere la stessa informazione, nonostante l’aereo viaggiasse ad un’altitudine maggiore e avesse perduto velocità”, e il pilota non fu in grado di correggere la rotta in tempo. Sempre secondo il rapporto, il problema all’anello era stato individuato prima dall’US Air Force in altri tre incidenti accaduti agli F-16, al punto che fu deciso di contrattare una società aerea privata per avviare il ridisegno dello strumento di bordo.

Sotto accusa per l’incidente di Soramae di Zolto Alto anche la cattiva gestione delle informazioni sulle condizioni del tempo da parte dei meteorologi statunitensi. Essi avrebbero informato il pilota solo della presenza di “vuoti d’aria alla navigazione”, mentre l’aereo avrebbe incontrato invece “forti temporali ed un muro di nuvole che rendeva inutilizzabile lo spazio aereo”. Secondo quanto ricostruito dalla commissione d’inchiesta, i meteorologi italiani avevano previsto con largo anticipo le reali condizioni climatiche, ma “l’informazione non fu condivisa con i piloti”. Anche il comportamento del conduttore del cacciabombardiere è stato fortemente censurato. Egli, infatti, avrebbe “subito una distorsione spaziale perdendo il suo orientamento rispetto al terreno”; non si sarebbe “allontanato dal temporale in corso” e non avrebbe “preso alcuna misura quando si era reso conto che il velivolo stava volando troppo alto e a velocità ridotta”.

Una missione nata certamente sotto una cattiva stella quella del caccia F-16 del 510th Fighter Squadron di Aviano. L’aereo doveva partecipare ad una simulazione di combattimento aria-aria con altri cacciabombardieri di Aviano. Il pilota era stato destinato ad un altro caccia che però era stato fatto rientrare alla base a causa del cattivo funzionamento del pannello regolatore dell’ossigeno. Dopo il suo trasferimento su un altro jet, furono individuati problemi con il radar e al suo sistema di navigazione inerziale, che “furono rapidamente risolti dal personale di terra addetto alla manutenzione dei velivoli”, secondo quanto affermato dai commissari dell’US Air Force.

Il 9 novembre 2007 era un elicottero UH–60 “Black Hawk” a precipitare ed incendiarsi sulle rive del fiume Piave, tra le città di Treviso e Conegliano, causando la morte di sei membri dell’equipaggio e il ferimento di altri dieci militari statunitensi. L’elicottero apparteneva al 1º Battaglione del 214º Reggimento Aereo dell’US Army con sede a Mannheim, Germania, ma era stato assegnato alla “Compagnia G” del 52º Reggimento, una piccola unità dell’esercito di stanza ad Aviano a cui è affidata il trasporto d’alti ufficiali e dei loro familiari, il supporto generale all’aviazione e l’addestramento dei piloti d’elicotteri da guerra.

In questo caso l’inchiesta delle forze armate USA non riuscì ad accertare le cause dell’incidente, anche perché, inspiegabilmente, “non c’era un flight-data recorder a bordo del velivolo”. “L’errore del pilota e fattori ambientali potrebbero aver giocato un ruolo tra le cause dell’incidente”, si legge nella nota emessa dal Comando dell’US Army in Europa. “L’evidenza suggerisce l’interferenza di un oggetto esterno che ha inceppato i controlli o che non funzionarono una parte dei controlli di volo”. Gli investigatori si sarebbero pure soffermati su un congegno posto all’interno della cabina di volo, che avrebbe evidenziato un deterioramento avvenuto probabilmente prima dell’incidente. Il congegno, noto come bell crank, era responsabile del controllo del cosiddetto “pedale di sinistra”. In precedenza alcuni piloti avevano reclamato per “l’esplosione” di questi particolari pedali del Black Hawk, ma i meccanici credevano di aver risolto il problema durante la manutenzione di routine effettuata all’inizio del 2007. “Gli investigatori e il personale addetto alla manutenzione hanno cercato di riprodurre le condizioni che potrebbero aver causato il deterioramento del congegno, ma non sono riusciti a farlo, e problemi similari non sono stati mai notati in nessuno dei Black Hawk schierati in Europa”.

lunedì 28 settembre 2009

Al via l’AGS, il nuovo sistema di spionaggio NATO

di Antonio Mazzeo


Lo sviluppo dell’AGS (Alliance Ground Surveillance), il nuovo sistema di sorveglianza terrestre della NATO, ha generato divisioni insanabili all’interno dell’Alleanza Atlantica. Alla firma del Programme Memorandum of Understanding (PMOU) che segna i confini legali, organizzativi e finanziari del sistema d’intelligence, si sono presentati infatti solo 15 dei paesi membri dell’organizzazione nord-atlantica. Si tratta di Bulgaria, Canada, Danimarca, Estonia, Germania, Italia, Lettonia, Lituania, Lussemburgo, Norvegia, Repubblica Ceca, Romania, Slovacchia, Slovenia e Stati Uniti d’America. Per la gestione e il coordinamento delle attività di sviluppo e implementazione dell’AGS, le nazioni aderenti al PMOU hanno dato vita a due nuove agenzie, la NATO AGS Management Organisation (NAGSMO) e la NATO AGS Management Agency (NAGSMA). Il Comando Supremo Atlantico di Bruxelles ha inoltre comunicato che la piena capacità del sistema di sorveglianza terrestre sarà raggiunta entro il 2012, anticipando di un anno i tempi previsti.
Nel corso della riunione dei Ministri della Difesa della NATO di Cracovia, il 19 e 20 febbraio 2009, è stata formalizzata la scelta della stazione aeronavale di Sigonella quale “principale base operativa” dell’AGS. “Abbiamo scelto questa base dopo un’attenta valutazione e per la sua centralità strategica nel Mediterraneo che le consentirà di concentrare in quella zona le forze d’intelligence italiane, della NATO e internazionali”, ha dichiarato il Capo di Stato Maggiore della Difesa, generale Vincenzo Camporini. Nella grande infrastruttura militare siciliana saranno ospitati i sistemi di comando e di controllo del’AGS, centralizzando le attività di raccolta d’informazioni ed analisi di comunicazioni, segnali e strumentazioni straniere. Sigonella si trasforma così in un’immensa centrale di spionaggio, un “Grande Orecchio”, della NATO capace di spiare, 24 ore al giorno, un’area che si estende dai Balcani al Caucaso e dall’Africa al Golfo Persico.
La stazione aeronavale ospiterà inoltre la componente di volo del sistema di sorveglianza, costituita da sei sofisticati velivoli senza pilota (UAV). In un comunicato stampa del 25 settembre scorso, gli alti comandi NATO hanno spiegato che “il segmento aereo dell’AGS Core sarà basato sulla versione Block 40 dell’aereo “RQ-4B Global Hawk” di produzione statunitense, dotato di un’autonomia di volo superiore alle 30 ore ed in grado di raggiungere i 60.000 piedi di altezza, in qualsiasi condizione meteorologica”. Gli UAV saranno equipaggiati con un sensore radar di sorveglianza del suolo multi-piattaforma (MPRIP Multi-Platform Radar Insertion Program) e con un sistema di trasmissione dati a banda larga. Mediante l’impiego di questi sensori tecnologicamente avanzati, l’AGS Core scoprirà e “traccerà” oggetti in movimento nell’area osservata e fornirà immagini radar di oggetti stazionari. Il segmento terrestre, che sarà sviluppato dalle industrie militari canadesi ed europee, distribuirà i dati ad i molteplici utenti operativi all’interno e fuori dal teatro delle operazioni belliche, e funzionerà come un’interfaccia tra l’AGS Core ed un’ampia gamma di sistemi d’Intelligence, Sorveglianza e Riconoscimento (IRS), nazionali e NATO. Il segmento di terra dell’AGS includerà i sistemi dedicati al supporto della missione, dislocati presso la Main Operating Base di Sigonella, e le stazioni terrestri, anche in configurazione trasportabile e mobile, per la pianificazione ed il controllo delle operazioni di volo degli UAV.
“Grazie all’Alliance Ground Surveillance, la NATO acquisirà una considerevole flessibilità nell’impiego della propria capacità di sorveglianza di vaste aree di territorio in modo da adattarla alle reali necessità operative”, ha dichiarato Peter C. W. Flory, vicesegretario generale per gli Investimenti alla difesa dell’Alleanza Atlantica. “L’AGS è essenziale per accrescere la capacità di pronto intervento in supporto delle forze NATO per tutta le loro possibili future operazioni. L’AGS sarà un elemento chiave per assicurare l’assunzione delle decisioni politiche dell’Alleanza e la realizzazione dei piani militari”. Il nuovo sistema non è però un mero mezzo di intercettazione e di spionaggio. Come è stato riconosciuto dal Capo di Stato Maggiore italiano, generale Camporini, nella base di Sigonella sarà allestito un “più avanzato sistema SIGINT”. Il SIGINT, acronimo di Signals Intelligence, è lo strumento d’eccellenza di ogni “guerra preventiva” e ha una funzione determinante per scatenare il “first strike”, convenzionale o nucleare che sia. Una delle articolazioni SIGINT è la cosiddetta ELINT – Electronic Intelligence, che si occupa in particolare d’individuare la posizione di radar, navi, strutture di comando e controllo, sistemi antiaerei e missilistici, con lo scopo di pianificarne la distruzione in caso di conflitto.
Nonostante l’accelerazione inferta al piano di sviluppo dell’AGS, il Comando NATO di Bruxelles ha chiesto un maggiore impegno collettivo ai paesi membri. “La partecipazione al programma resta aperto agli altri Alleati interessati”, ha dichiarato il vicesegretario Peter C. W. Flory, invitando apertamente i partner dell’Europa occidentale e la Polonia a rientrare nell’AGS. Originariamente, il piano di sviluppo del sistema di sorveglianza vedeva associate 23 nazioni. Il 16 aprile 2004, la NATO attribuì al consorzio “Trans-Atlantic Industrial Proposed Solution” (TIPS) la ricerca e la progettazione delle apparecchiature terrestri e aeree. Al consorzio partecipavano le statunitensi Northrop Grumman e General Dynamics, la European Aeronautic Defense and Space Company – EADS (gruppo aerospaziale a cui aderiscono società tedesche, francesi ed olandesi), la francese Thales, la spagnola Indra e l’italiana Galileo Avionica. L’accordo prevedeva la realizzazione di una flotta di aerei senza pilota a composizione “mista” (i Global Hawk USA e gli europei Airbus A321). Nel novembre 2007, Washington annunciò però l’abbandono di questa soluzione e la milionaria commessa dei velivoli spia fu affidata in esclusiva alla Northrop Grumman. La delusione e la rabbia degli alleati europei fu incontenibile e, uno dopo l’altro, Belgio, Francia, Ungheria, Olanda, Portogallo, Grecia e Spagna ritirarono il proprio appoggio finanziario ed industriale all’AGS. La diserzione alleata ebbe come prima conseguenza l’aumento dell’onere finanziario a carico dell’Italia per la realizzazione delle attrezzature e delle infrastrutture del sistema di sorveglianza, circa 150 milioni di euro, pari al 10% del piano finanziario del programma.
Le autorità spagnole, che in un primo tempo avevano candidato lo scalo di Zaragoza come “principale base operativa” dell’AGS, hanno deciso di ritirarsi non solo per motivi di ordine economico-industriale. “L’installazione a Zaragoza dei velivoli senza pilota presentava molti inconvenienti al normale funzionamento del vicino aeroporto della città”, ha dichiarato il portavoce del governo Zapatero. “Dato che le aeronavi della NATO voleranno continuamente per catturare le informazioni, si potevano generare restrizioni al traffico aereo, saturazione nello spazio aereo e problemi durante gli atterraggi e i decolli”. Una valutazione dei rischi per la sicurezza dei sei milioni di passeggeri in transito dallo scalo di Catania-Fontanarossa (ad una decina di chilometri da Sigonella), che né il governo Prodi né quello Berlusconi si sono sentiti di fare. Eppure durante l’ispezione compiuta il 31 marzo 2008 nella base siciliana dal parlamentare di Sinistra Critica-PRC, Salvatore Cannavò, l’allora comandante del 41° Stormo dell’Aeronautica militare, colonnello Antonio Di Fiore, aveva negato l’ipotesi d’insediamento a Sigonella dei Global Hawk in quanto “la gestione di quel tipo di aerei senza pilota non è compatibile col traffico civile del vicino aeroporto civile Fontanarossa”.
Con l’AGS, inevitabilmente, sarà dato nuovo impulso ai processi di militarizzazione del territorio siciliano. Per il funzionamento degli aerei senza pilota e della nuova supercentrale di spionaggio, il ministro della difesa Ignazio La Russa ha annunciato l’arrivo nell’isola di un “NATO Force Command di 800 uomini, con le rispettive famiglie”. È prevedibile che saranno presto avviati i lavori per realizzare nuovi complessi abitativi per il personale in forza alla stazione aeronavale. I consigli comunali di Motta Sant’Anastasia (Catania) e Lentini (Siracusa) hanno già adottato quattro progetti di variante ai piani regolatori per l’insediamento di residence e villaggi ad uso esclusivo dei militari statunitensi e NATO.
Dovrebbe essere ormai questione di giorni l’arrivo a Sigonella del plotone di 4-5 velivoli RQ-4B “Global Hawk” dell’US Air Force, destinati ad operare in Europa, Medio oriente e nel continente africano. Nella base siciliana sarà pure realizzato il Global Hawk Aircraft Maintanance and Operations Complex, il complesso per le operazioni di manutenzione degli aerei senza pilota. Il progetto, da finanziare con il budget 2010 dell’Air Force Military Construction, Family Hosusing and base Realignment and Closure Programs, è stato definito di “alto valore strategico” da Kathleen Ferguson, vicesegretaria della Difesa, in occasione della sua audizione davanti al Congresso, il 3 giugno 2009. Il programma dell’US Air Force ha però lasciato perplessi i congressisti che hanno chiesto di posticipare l’installazione del nuovo hangar di supporto ai Global Hawk. “La marina USA possiede a Sigonella facilities di volo che attualmente sono sotto-utilizzate e possono pertanto ospitare a breve termine le necessità che deriveranno dall’arrivo dei primi Global Hawk nell’ottobre 2009”, ha dichiarato il portavoce del Comitato per le installazioni militari del Congresso. “Raccomandiamo pertanto di deferire l’investimento in facilities di volo aggiuntive a NAS Sigonella sino a quando il Rapporto Quadriennale della Difesa non informi sul futuro dei programmi del velivolo di pattugliamento marittimo P-8 e dei sistemi senza pilota UAV dell’US Navy, nonché su quanto verrà deciso relativamente all’installazione di questi programmi a Sigonella”.
Lo scorso anno, il Pentagono ha assegnato alla Northrop Grumman il piano di sviluppo dei nuovi velivoli senza pilota che saranno utilizzati dalle forze navali. Con la prima tranche del programma, a partire del 2015 saranno forniti 68 “Global Hawk” in versione modificata rispetto a quelli già operativi con l’US Air Force. Spesa prevista 1,16 miliardi di dollari. “Una quarantina di questi velivoli UAV saranno dislocati in cinque siti: Kaneohe, Hawaii; Jacksonville, Florida; Sigonella, Italia; Diego Garcia, Oceano Indiano, e Kadena, Okinawa”, hanno dichiarato i portavoce del Dipartimento della Difesa. “Ad essi, nelle differenti missioni navali in tutte le aree del mondo, si affiancheranno i velivoli con pilota P-8 Multi-Mission Maritime Aircraft (MMA), che stanno sostituendo i P-3 Orion in servizio dal 1962”. L’US Navy ha già preannunciato che le “front lines” per la dislocazione dei nuovi P-8 saranno le stazioni aeronavali di Diego Garcia, Souda Bay (Grecia); Masirah (Oman); Keflavik (Islanda), Roosevelt Roads (Porto Rico) e l’immancabile Sigonella.
Intanto, in vista del rilancio delle iniziative contro i nuovi programmi di guerra USA e NATO in Sicilia, il movimento “no war” si è dato appuntamento per mercoledì 30 settembre, ore 16,30, nella facoltà di Lingue dell’Università di Catania (Monastero dei Benedettini) per un incontro-dibattito dal titolo: “Dal potenziamento di Sigonella alla costruzione del MUOS a Niscemi. I pericoli della militarizzazione e della guerra”. Parteciperanno, tra gli altri, Alfonso Di Stefano (Campagna per la smilitarizzazione di Sigonella), Valerio Marletta (consigliere provinciale del Prc), Gianni Piazza (docente della facoltà di Scienze Politiche) e Santi Terranova (legale dell’Associazione bambini leucemici “Manuele e Michele” di Lentini).