lunedì 20 settembre 2010

La grande truffa dei Global Hawk di Sigonella

di Antonio Mazzeo

Il ministro La Russa non vede, non sente, non parla. Un Global Hawk, il micidiale aereo senza pilota di nuovissima generazione dell’US Air Force, fa bella mostra di sé nella base aereonavale di Sigonella, ma governo e forze armate italiane preferiscono trincerarsi dietro il “no comment”, glissando gli interrogativi di piloti civili e associazioni No War preoccupati per le ripercussioni delle future operazioni del velivolo sulla sicurezza del traffico aereo nei cieli della Sicilia. Mentre nell’isola di Guam, Oceano Pacifico, l’atterraggio dell’imponente aereo-spia è stato ripreso da cameraman e giornalisti, per il contemporaneo battesimo di guerra a Sigonella si è scelto il basso profilo. Il Global Hawk è giunto segretamente la notte del 16 settembre, dopo la sospensione di tutte le operazioni aeree sulla base USA e sul vicino scalo civile di Catania-Fontanarossa. 
Per saperne di più bisogna informarsi aldilà dell’Atlantico. Jim Stratford, portavoce della Northrop Grumman, società leader del complesso militare industriale statunitense e produttrice dei Global Hawk, annuncia che altri tre aerei giungeranno in Sicilia entro la fine di quest’anno. «I velivoli senza pilota UAV destinati a Sigonella sono tutti nella versione più recente RQ-4B “Block 30”Multi Sigint», dichiara Stratford. «Si tratta di un mezzo in grado di intercettare le comunicazioni terrestri. L’Aeronautica militare statunitense ha ordinato 42 unità di questo modello che ha a bordo un nuovo potentissimo sensore integrato della Raytheon. Gli UAV di Sigonella e Guam si aggiungono ai due velivoli “Block 10” dell’Air Combat Command che supportano le operazioni militari in Afghanistan ed Iraq e ad altri due nella versione “Block 20” che diverranno pienamente operativi molto presto nell’US Air Force».
La Northrop Grumman punta a trasformare lo scalo di Sigonella in una vera e propria centrale mondiale dei Global Hawk, concentrandovi buona parte delle unità di volo e i maggiori centri di manutenzione e riparazione. «Considerati gli UAV nella disponibilità dell’aeronautica USA, quelli che giungeranno con il nuovo programma NATO di sorveglianza terrestre AGS e quelli che l’US Navy sta pianificando di trasferire in Sicilia, è possibile stimare che più di 20 Global Hawk potranno essere installati nella Naval Air Station di Sigonella», ha rivelato il vice presidente di HALE-Northrop Grumman, George Guerra. «In quest’ottica, l’aeronautica militare italiana sta pianificando la creazione di un corridoio aereo per permettere agli UAV di volare da Sigonella». A chiarire quelle che saranno le rotte e le missioni prioritarie dei Global Hawk, il direttore della sezione business developmentdella società, Ed Walby. «Da Sigonella – ha dichiarato - gli aerei saranno in grado di volare sino a Johannesburg e tornare indietro senza la necessità di rifornimenti supplementari di carburante». Global Hawk per le operazioni delle forze armate USA nel continente africano, dunque, pianificate dal nuovo comando, AFRICOM, che il Pentagono  ha attivato in Germania ma che presto potrebbe essere trasferito in Sud Italia o in Spagna. Ed Walby preannuncia pure l’insediamento di un centro Northrop Grumman tra gli hangar della grande base militare siciliana: «La possibilità di aggiornare i sistemi a bordo dei Global Hawk potrà significare una forte presenza della nostra società a Sigonella. Ci sarà la necessità di trasferire nuove professionalità e ciò significa tecnici esperti nella base».
A raffreddare i sin troppo facili entusiasmi di supergenerali e manager industriali, da Washington giungono però timori e denunce sui pesanti ritardi e l’espansione dei costi del programma UAV. Nonostante dal 2001 sia uno dei principali mezzi di spionaggio e di conduzione delle operazioni di guerra USA, il Global Hawk non ha ancora formalmente superato i principali test di valutazione operativi (initial operational test and evaluation back - IOT&E). Secondo il vicepresidente dell’industria produttrice, George Guerra, i test generali saranno intensificati nei prossimi mesi, ma un rapporto finale IOT&E potrà giungere non prima del febbraio 2011. Pesanti critiche sui costi del sistema sono stati sollevati il 14 settembre scorso nel corso della conferenza annuale dell’Air Force. Il sottosegretario per le acquisizioni del Pentagono, Ashton Carter, ha denunciato che i Global Hawk stanno costando al contribuente statunitense «molto più» di quanto era stato previsto all’avvio del piano industriale. «I suoi costi sono cresciuti in modo inaccettabile e dobbiamo fare in tutti i modi per metterli sotto controllo», ha dichiarato Carter. «Noi non siamo assolutamente contenti con la produttività che è stato raggiunta. Stiamo rimettendo in discussione il programma in ogni suo dettaglio con il management di Northrop Grumman».
Per i soli UAV dell’US Air Force, il Pentagono ha previsto una spesa di 11,1 miliardi di dollari. Secondo una stima dell’aeronautica militare, i costi del Global Hawk sono però già cresciuti dell’11% circa dall’anno 2000, 100,8 milioni di dollari in più. Da qui la possibilità che si possa arrivare ad un sostanziale taglio agli ordini (77 le unità previste, 38 delle quali già realizzate o in avanzata fase di realizzazione). Nel giugno 2006, proprio l’aumento dei costi del Global Hawk aveva costretto il Pentagono a ridurre il primo lotto di produzione a soli 5 esemplari contro i 20 previsti inizialmente. Nell’aprile 2005, il Government Accountability Office (GAO), il ramo del congresso che svolge funzioni assimilabili alla Corte dei conti italiana, aveva segnalato al Congresso una serie di anomalie finanziarie del piano UAV. Oltre a denunciare il non giustificato aumento delle spese di 1,2 miliardi di dollari in soli 5 anni, il GAO aveva criticato l’US Air Force per aver occultato i rincari sostenuti per lo sviluppo del sistema per 400,6 milioni di dollari. «Diverse importanti tecnologie necessarie per le funzioni prioritarie non sono ancora pronte e saranno testate sul nuovo velivolo aereo in ritardo rispetto al programma, dopo che molti dei Global Hawk saranno stati già comprati», concludeva il rapporto del GOA.
Perplessità sulla sostenibilità finanziaria degli UAV giungono pure dall’Alleanza Atlantica che ha deciso l’acquisizione di otto Global Hawk nella versione “Block 40”, nell’ambito del programma AGS che sarà operativo tra il 2013 e il 2014. Il generale dell’US Air Force, Steve Schmidt, comandante della forza AWACS NATO a cui sarà assegnata la direzione dell’AGS, ha spiegato che si tratta di una «commessa assai costosa, per più di un miliardo di euro», lamentando tuttavia che «per motivi di budget, non tutte le nazioni hanno deciso di contribuirvi finanziariamente». Alla firma delProgramme Memorandum of Understanding (PMOU) che segna i confini legali, organizzativi e finanziari del sistema d’intelligence, si sono presentati infatti solo 15 dei paesi membri dell’organizzazione nord-atlantica. Oltre a Canada, Danimarca, Germania, Italia, Norvegia e Stati Uniti d’America, si tratta del piccolissimo Lussemburgo e di paesi dell’Est Europa (Bulgaria, Estonia, Lettonia, Lituania, Repubblica Ceca, Romania, Slovacchia e Slovenia), dalle limitatissime risorse economiche.
Il programma di sorveglianza terrestre AGS che sarà basato a Sigonella sotto il Comando alleato centrale di Mons (Belgio), prevede oltre ai Global Hawk “Block 40” su cui sarà montato il sistema radar MP-RTIP (Multi-Platform Radar Technology Insertion Program), quattro stazioni terrestri trasportabili e undici stazioni di terra mobili. La diserzione dei maggiori partner occidentali NATO, ha già comportato l’aumento dell’onere finanziario a carico dell’Italia, oggi stimato in circa 150 milioni di euro, il 10% dell’intero piano finanziario del programma AGS. Per il funzionamento degli aerei senza pilota e della nuova supercentrale di spionaggio, è stato inoltre annunciato l’arrivo in Sicilia di un «NATO Force Command di 800 uomini, con le rispettive famiglie», che richiederà risorse finanziarie aggiuntive per la realizzazione di alloggi ed infrastrutture di supporto.

venerdì 17 settembre 2010

Sigonella ospita il primo Global Hawk delle forze armate USA

di Antonio Mazzeo

Da oggi volare sulla Sicilia sarà come giocare alla roulette russa. 
La notte del 16 settembre, nella base aeronavale di Sigonella è atterrato il primo dei 5 velivoli senza pilota UAV “Global Hawk” RQ-4B dell’US Air Force previsti nell’isola nell’ambito di un accordo top secret stipulato tra Italia e Stati Uniti nell’aprile del 2008. 
Alla vigilia dell’arrivo del micidiale aereo-spia, le autorità preposte alla sicurezza dei voli avevano emesso il NOTAM (NOtice To AirMen) W3788/10 in cui si annunciava che dall’una alle ore quattro di giovedì 16 sarebbero state sospesi gli approcci strumentali e le procedure per l’avvicinamento di aerei ed elicotteri allo scalo di Catania-Fontanarossa, il terzo come volume di traffico passeggeri in Italia, distante meno di dieci chilometri in linea d’area dalla base USA di Sigonella. 
Una misura necessaria ad evitare che il Global Hawk potesse interferire con il traffico aereo, a riprova della pericolosità di questo nuovo sistema di guerra il cui transito nei corridoi riservati al trasporto civile è fortemente osteggiato dalle due maggiori associazioni piloti degli Stati Uniti d’America, la Air Line Pilots Association(ALPA) e la Aircraft Owners and Pilots Association (AOPA).
Il Global Hawk è un aereo con elevate capacità nel settore d’intelligence, sorveglianza e ricognizione. La sua apertura alare è di 40 metri, quasi come quella di un 737, ha un peso di oltre 14 tonnellate e può volare fino a 36 ore consecutive a circa 600 chilometri all’ora a quote di oltre 20.000 metri. Prodotto dall’industria statunitense Northrop Grumman, il Global Hawk è in grado di monitorare un'area di 103,600 chilometri quadrati grazie ad un potentissimo radar e all’utilizzo di telecamere a bande infrarosse. Le immagini registrate vengono poi trasmesse per via satellitare ai comandi terrestri. La sua rotta è fissata da mappe predeterminate, un po’ come accade con i missili da crociera Cruise, ma gli operatori da terra possono tuttavia cambiare le missioni in qualsiasi momento.
Il prototipo giunto a Sigonella è stato assegnato al “9th Operations Group/Detachment 4”, il distaccamento dell’US Air Force operativo sin dallo scorso anno per coordinare e gestire le missioni di spionaggio e guerra dello squadrone RQ-4B in Europa, Africa e Medio oriente. Il distaccamento USA dipende direttamente dal 9th Reconnaissance Wing del Comando per la guerra aerea con sede a Beale (California), anche centro dell’Agenzia d’intelligence dell’aeronautica statunitense. Secondo quanto affermato dal portavoce del Comando della base di Sigonella, l’inizio delle operazioni dell’UAV è previsto per il prossimo mese di novembre. «Il veicolo – si aggiunge - sarà utilizzato in acque internazionali per la sorveglianza delle linee di comunicazione, per il supporto a operazioni umanitarie e, su richiesta dello stato Italiano, per operazioni di soccorso sul territorio nazionale in caso di calamità naturali, pratica dove l’apparecchio è già stato impiegato con successo ad Haiti e negli incendi della California». Finalità inverosimili, del tutto in contrasto con quelle degli otto Global Hawk che la NATO assegnerà entro il 2012 ancora a Sigonella nell’ambito del nuovo programma di sorveglianza terrestre AGS (Alliance Ground Surveillance). Secondo quanto dichiarato da Ludwig Decamps, capo della Sezione di supporto dei programmi di armamento della Divisione difesa dell’Alleanza Atlantica, i velivoli senza pilota «saranno fondamentali per le missioni alleate nell’area mediterranea ed in Afghanistan, così come per assistere i compiti della coalizione navale contro la pirateria a largo delle coste della Somalia e nel Golfo di Aden». Operazioni, pertanto, tutt’altro che umanitarie.
Il semi-segreto atterraggio del primo Global Hawk è stato duramente contestato dai rappresentanti della Campagna per la smilitarizzazione di Sigonella, che già nel 2006 aveva denunciato il piano di rischiaramento in Sicilia dei velivoli-spia. «Quasi tutti i mezzi di comunicazione definiscono “provvidenziale” l’arrivo delle “sentinelle dei cieli”, che con la loro presenza garantirebbero la nostra sicurezza con operazioni di soccorso in caso di calamità naturali», affermano gli attivisti No-war. «Evitiamo la facile ironia sulle motovedette donate al governo libico per “salvare molte vite umane” e poi usate per mitragliare pescherecci e/o barconi di migranti. Quel che ci preoccupa è la quasi totale assenza di voci critiche, nonostante non manchino le circostanziate denunce relative ai crescenti pericoli della militarizzazione dei nostri territori». La Campagnaper la smilitarizzazione di Sigonella ricorda che il dislocamento o il passaggio degli UAV dalla base siciliana accade perlomeno dal 2001 con l’avvio delle operazioni di guerra in Afghanistan. «Come confermato dall’allora segretario della difesa Donald Rumsfeld ad UsaToday il 24 maggio 2002, il primo trasferimento del Global Hawk al teatro afgano avvenne utilizzando proprio Sigonella come base logistica. Da allora, lo strumento cardine per l’individuazione degli obiettivi e il coordinamento degli attacchi da parte dei mezzi aerei, terrestri e navali ha eseguito missioni di guerra per oltre 24.000 ore in Iraq, Afghanistan e Pakistan. Impossibile che in tutto questo tempo non ci sia stata una sosta tecnica in Sicilia, non fosse altro per testare le piste e le infrastrutture di quella che sarà una delle due maggiori basi operative dei velivoli dell’Air Force al di fuori del territorio degli Stati Uniti».
Secondo il periodico statunitense Defense News, Sigonella è destinata a divenire una vera e propria capitale internazionale dei Global Hawk prodotti dalla transnazionale Northrop Grumman. Oltre all’US Air Force e alla NATO, anche l’US Navy è intenzionata a installare nella base alcuni degli UAV recentemente acquistati, portando ad una ventina il numero dei velivoli che troverebbe sede fissa nella stazione aeronavale siciliana. Sempre Defense News rivela che le autorità governative statunitensi e quelle italiane si sarebbero già incontrate in vista della creazione «di corridoi negli spazi aerei italiani per i decolli e gli atterraggi dei Global Hawk». «Del tutto ignoto è l’esito di queste discussioni», commentano gli attivisti della Campagna per la smilitarizzazione, «ma è forte il sospetto che gli enti civili responsabili del traffico aereo, ENAC ed ENAV, siano stati del tutto bypassati, anche se le operazioni degli UAV incideranno pericolosamente sulla sicurezza dello scalo di Catania-Fontanarossa, dove nel 2008 sono transitati oltre sei milioni di passeggeri. L’altissimo rischio rappresentato dai Global Hawk non sembra aver mai preoccupato il governo italiano. Negli Stati Uniti, invece, è tema di discussione e conflitto tra forze armate, autorità federali e statali».
Nel documento The U.S. Air Force Remotely Piloted Aircraft and Unmanned Aerial Vehicle - Strategic Vision, in cui l’aeronautica militare statunitense delinea la “visione strategica” sul futuro utilizzo dei sistemi di guerra, si ammette che «i velivoli senza pilota sono sensibili alle condizioni ambientali estreme e vulnerabili alle minacce rappresentate da armi cinetiche e non cinetiche». «Il rischio d’incidente del Predator e del Global Hawk è d’intensità maggiore di quello dei velivoli con pilota dell’US Air Force», si legge ancora, anche se, «al di sotto dei parametri stabiliti nei documenti di previsione operativa per questi sistemi». Secondo alcuni ricercatori indipendenti, il rischio d’incidente per i Global Hawk, a parità di ore di volo, sarebbe invece 100 volte superiore a quello registrato con i cacciabombardiere F-16.
L’US Air Force ha intanto ordinato lo schieramento di altri tre velivoli Global Hawk nello scalo aereo di Guam, un’isola dell’arcipelago delle Marianne (Oceano Pacifico), di proprietà degli Stati Uniti d’America. Il loro compito prioritario sarà quello di spiare Cina e Corea del Nord.

mercoledì 1 settembre 2010

Le grandi sfide d’autunno del Movimento No Ponte

di Antonio Mazzeo


Tra Scilla e Cariddi il miracolo di una rivisitazione della biblica sfida tra il piccolo Davide e il gigante Golia. Uno scontro impari, da una parte gli instancabili attivisti No Ponte che finanziano cortei e sit-in con adesivi e magliette di cotone, dall’altra i potenti fautori della realizzazione della Madre delle Grandi Opere, il Ponte sullo Stretto, faraonico e irrealizzabile progetto strapagato con ingenti risorse pubbliche. Nonostante l’infernale macchina propagandistica dei Signori del capitalismo straccione di Casa nostra, i No Ponte resistono, mordono, mobilitano, colpiscono. Così, sabato 28 agosto, tra le stradine di Torre Faro, il villaggio dove dovrebbe sorgere il pilone “siciliano” del Ponte, hanno sfilato più di tremila persone per difendere il territorio dall’ennesimo inusitato saccheggio. Un corteo colorato, allegro, propositivo e ottimista, qualità ormai rare in un’Italia sempre più povera e disarticolata dal neoliberismo e dall’autoritarismo piduista e berlusconista. Un’iniziativa che è punto di arrivo della mobilitazione estiva fatta d’incontri, dibattiti, mostre itineranti, pubblicazioni e presentazioni di libri e documenti, il frutto di una maturazione collettiva dove alla mera presa di posizione ambientalista in nome della difesa museale della bellezza dello Stretto, si è passati alle denunce dei devastanti effetti socio-economici e occupazionali e delle innumerevoli caratteristiche criminali e criminogene dell’opera di collegamento stabile Calabria-Sicilia.
Al miracolo resistenziale dei No Ponte hanno certamente contribuito alcune scelte fortemente autolesioniste dei Padrini del Ponte e del general contractor chiamato alla progettazione definitiva e realizzazione dell’infrastruttura. Inspiegabilmente c’è chi ha pensato in piena estate a riempire di trivelle le strade più percorse dal flusso dei bagnanti messinesi, contribuendo pesantemente all’esplosione degli ingorghi automobilistici. Servirebbero per studiare la crosta terrestre nei luoghi dove versare fiumi di asfalto e cemento per gli ottovolanti che s’intersecheranno con il Ponte, ma intanto disperdono nubi di azoto liquido e fanno tremare gli edifici e le villette degli abitanti del Faro. Poi, con la delirante arroganza di chi si crede onnipotente, si è pensato bene di dismettere l’edificio del Polo scientifico universitario di Messina, creato per incubare e sostenere una quarantine di imprese di giovani neolaureati, ed offrirlo in affitto ad Eurolink, l’associazione delle imprese costruttrici del Ponte, quale general office per l’intera operazione Ponte. Un cambio d’uso del tutto illegale ed illegittimo, che grazie alle denunce della Rete No Ponte e di pochissime mosche bianche dell’Ateneo è stato sino ad oggi congelato. Trivelle e incubatore hanno profondamente indignato l’opinione pubblica che ha potuto prendere coscienza di ciò che potrebbe accadere in termini di diritti, democrazia e vivibilità, quando i lavori, quelli veri, inizieranno.
Il 2 ottobre, primo anniversario della tragedia che ha duramente colpito i villaggi della zona sud di Messina e il comune di Scaletta, i nopontisti torneranno in piazza per una manifestazione che assumerà il carattere nazionale e richiederà con forza l’utilizzo delle risorse finanziarie destinate al Ponte per la messa in sicurezza dei territori, quelli sempre più feriti dall’abusivismo o dai piani urbanistici che rispondono agli interessi della borghesia mafiosa. Un appuntamento che vede gli organizzatori consapevoli  dei tanti i nodi e delle difficoltà da dovere affrontare, a partire dalla necessità di rilanciare il senso di appartenenza di attivisti, simpatizzanti e interlocutori che si oppongono al Ponte ad un progetto di profondo rinnovamento delle forme e dei linguaggi del far politica. O dal bisogno di rafforzare l’impegno militante dei singoli e l’organizzazione del movimento, attraverso la piena affermazione dell’adesione individuale, ed eventualmente, se sarà decisivo collegialmente, con una rifondazione della Rete No Ponte e dei suo network. La positiva esperienza del neo-costituito Comitato No Ponte di Capo Peloro, il primo gruppo auto-associatosi su base locale, è una spinta verso la moltiplicazione di esperienze simili nelle realtà che più direttamente e negativamente saranno investite dall’avvio dei lavori, i numerosi villaggi della Riviera Nord di Messina o i comuni della fascia tirrenica della provincia tra Villafranca e Milazzo dove verranno insediati cantieri remoti, cave e discariche per oltre 8 milioni di metri cubi d’inerti. C’è poi da superare l’empasse e le difficoltà di ordine organizzativo che hanno caratterizzato la vita recente del movimento No Ponte della sponda calabrese, specie adesso che si è fatta ancora più violenta la controffensiva della ‘ndrangheta contro le istituzioni e la magistratura, in nome della piena signoria criminale sul territorio e sulla realizzazione e gestione delle grandi opere e dei servizi in Calabria. 
Il progressivo innalzamento del livello del conflitto contro i Signori e i Padrini del Ponte e la oramai scontata militarizzazione dei cantieri che sarà imposta dal Governo, pone il Movimento di fronte all’esigenza di ripensare le forme di lotta ed opposizione. L’azione diretta non violenta, la disobbedienza civile, i boicottaggi, il disinvestimento da banche e gruppi finanziari che si arricchiscono dilapidando risorse pubbliche e sostengono gli scempi ambientali, possono essere strumenti proficui e determinanti per la nuova stagione di mobilitazione. Andranno profondamente ricercati e potenziati i legami e le alleanze con i soggetti che in Italia testimoniano e mettono in pratica l’antagonismo ai poteri dominanti, dai movimenti No TAV in Val Susa e nell’appennino tosco-emiliano, ai No Dal Molin e ai comitati che si oppongono alla proliferazioni delle basi di guerra, ai protagonisti delle campagne contro inceneritori, centrali nucleari, a carbone e turbo-bas, ai gruppi in lotta contro la privatizzazione dell’acqua e delle risorse naturali, alle organizzazioni sindacali di base in lotta contro la progressiva precarizzazione del lavoro e dei diritti nelle fabbriche, nelle scuole, nelle università. In particolare, nel Mezzogiorno, la lotta al Ponte, per il suo valore simbolico di “Madre di tutte le Grandi Nefandezze”, può essere assunto come uno degli elementi prioritari e unificanti  per rilanciare la mobilitazione dal basso.
Il “No al Ponte” dovrà pure avere la capacità di porre alcuni punti all’ordine del giorno del dibattito politico nazionale. La “messa in sicurezza dei territori” è quello immediato e improcrastinabile, ed è questo il senso dell’appuntamento del prossimo 2 ottobre, congiuntamente al rilancio dell’attraversamento marittimo pubblico e dell’occupazione nel corridoio Messina-Villa San Giovanni. Si dovrà rispondere con determinazione agli innumerevoli progetti che amministratori e gruppi d’ingegneri stanno spacciando come “opere compensative e complementari” per la realizzazione del Ponte. Si tratta quasi sempre di infrastrutture inutili, negativamente impattanti quanto l’opera madre e soprattutto inutilmente costose. Una mercificazione e monetizzazione del “rischio-dramma Ponte” inaccettabile. Solo nel versante messinese, sono già stati chiesti finanziamenti pubblici per 219 milioni di euro, una spesa insostenibile in una città priva di servizi sociali e spazi verdi pubblici. C’è pure l’esigenza di rilanciare la campagna per lo scioglimento immediato della Società Stretto di Messina Spa, concessionaria statale per la grande opera, previa un’inchiesta inter-istituzionale che la inchiodi per lo sperpero di 1.000 miliardi di vecchie lire nei vent’anni della sua vita caratterizzata da compensi a funzionari e professionisti e dalla pubblicazione di colossali faldoni di carta straccia. O l’obiettivo di far istituire all’interno della Commissione parlamentare antimafia, un Comitato d’inchiesta sulle trame ordite dalle organizzazioni mafiose transnazionali e locali in vista del finanziamento diretto e dell’accaparramento di buona parte delle attività legate alla progettazione ed esecuzione del Ponte. Tra gli impalcati di acciaio e cemento che si vorrebbero innalzare nello Stretto di Messina, sono troppe e inquietanti le diaboliche alleanze tessute da mafiosi, ‘ndranghetisti, massoni, trafficanti di droga ed armi, eversori di estrema destra e apparati più o meno segreti dello Stato.
Il tributo pagato dalle moltitudini più povere e marginali è stato enorme, ne ha minato il diritto alla sopravvivenza e alla dignità. Ha forzato separazioni drammatiche e migrazioni. Le famiglie e i ceti politici ed economici dominanti, pochi e sempre gli stessi, sono chiamati oggi a dare conto del loro operato di sopraffazione e reale soffocamento di qualsivoglia ipotesi di sviluppo autocentrato.     

martedì 29 giugno 2010

Le Università in corsa per il grande banchetto del Ponte

di Antonio Mazzeo

Del progetto esecutivo non c’e ancora l’ombra, i soldi bastano appena per sventrare colline e riempire cave e discariche con milioni di metri cubi d’inerti, ma sull’affaire del Ponte sullo Stretto planano come avvoltoi le grandi e piccole università di Calabria e Sicilia. Dopo aver ignorato per decenni il dibattito sui costi politici, economici, sociali, ambientali e criminogeni della grande opera, abdicando alle proprie finalità istituzionali di analisi e ricerca, gli Atenei sgomitano tra loro per accaparrarsi qualche briciola delle risorse finanziarie pubbliche impegnate per l’avvio dei lavori del Ponte. Con un comunicato congiunto, le Università di Enna, Palermo, Reggio Calabria e Catania hanno preannunciato che «si mobiliteranno insieme per contribuire ad affrontare la grande sfida che vede protagonisti, non solo ingegneri e architetti, ma studiosi di molteplici ambiti». Voci autorevoli rivelano che già sarebbe stato sottoscritto un contratto di 800 mila euro tra il Consorzio delle Università siciliane ed Eurolink, l’associazione d’imprese general contractor per la progettazione e l’esecuzione dei lavori, finalizzato a distribuire«migliaia di test e misurazioni sui provini di cemento armato tra tutte le Università siciliane».
In perfetta sintonia con l’obiettivo di rafforzare la fabbrica del consenso implementata da signori e padrini del Ponte, Aurelio Misiti, portavoce nazionale dell’MPA, ha annunciato la presentazione di alcuni emendamenti alla manovra economica in discussione al Parlamento, per un totale di 100 milioni di euro, che prevedono la realizzazione di due grandi laboratori scientifici situati a Messina e a Reggio. Il primo, di Scienza e tecnologia dei nuovi materiali, da affidare a un consorzio delle tre Università siciliane con la “Sapienza” di Roma e il secondo, di Aerodinamica e aeroelasticità, destinato a un consorzio delle tre Università calabresi con il Politecnico di Milano. Insomma, ce ne sarebbe per tutti, anche se ciò allarma classi dirigenti e accademici dell’area dello Stretto, preoccupati di perdere la leadership su contributi e commesse. Per spegnere sin dal nascere obiezioni e proteste, la società concessionaria del Ponte ed Eurolink hanno precisato di essere intenzionate a stabilire una «collaborazione privilegiata» con i due Atenei di Messina e Reggio Calabria. E i primi discutibili risultati non mancano. È di qualche giorno la notizia della firma di un contratto di locazione di un intero edificio del polo scientifico universitario “Papardo” di Messina, per ospitare l’head office, ovvero la sede delle direzioni generali della Stretto di Messina Spa, del general contractor e delle società impegnate nel monitoraggio ambientale e nel “project management” del Ponte (Fenice Spa e Parsons Transportation Group).
La struttura che si estende su un’area complessiva di 4.400 mq, comprende in particolare l’“Incubatore d’Imprese” finanziato e realizzato con i fondi della legge 208 del 1998 riservati «agli interventi di promozione, occupazione e impresa nelle aree depresse». Grazie ad una convenzione siglata 7 anni fa dall’allora rettore Gaetano Silvestri, l’incubatore fu concesso in uso a Sviluppo Italia Sicilia, ente acquisito recentemente dalla Regione Siciliana che è pure azionista di minoranza della società concessionaria del Ponte. Secondo il testo della convenzione, a Sviluppo Italia veniva affidato non solo la gestione, ma anche il completamento, con fondi dell’ente, del “Parco tecnologico” di contrada Papardo con l’obiettivo che fosse destinato all’ospitalità di spin-off industriali derivanti dalla ricerca scientifica. Nei piani di allora, la contiguità dell’incubatore con le facoltà tecnologiche avrebbe facilitato lo sviluppo di attività innovative e tecnologicamente avanzate, dotando l’Ateneo di una struttura unica nel panorama centro-meridionale. Dopo il rinnovo dei vertici accademici e l’entrata in scena dell’odierno rettore Giuseppe Tomasello, il progetto fu abbandonato sino a quando, due anni fa, Invitalia Spa, la nuova Agenzia nazionale per l’attrazione degli investimenti e lo sviluppo d’impresa, avviò i lavori di restauro e di adeguamento funzionale dell’infrastruttura. Secondo quanto annunciato dalla Stretto di Messina, l’inaugurazione e l’attivazione all’interno del polo universitario del quartier generale delle società che concorrono alla realizzazione del Ponte dovrebbe avvenire entro la fine del mese di luglio.
A esprimere un giudizio fortemente critico sull’intera operazione, il professore Guido Signorino, ordinario di Economia applicata e responsabile della sezione “Economia” del Centro Studi per l’Area dello Stretto “Fortunata Pellizzeri”. «L’insediamento del Centro direzionale di Eurolink nel non ancora ultimato “Incubatore d’Imprese” è una ipotesi a mio avviso bizzarra e non percorribile», afferma Signorino, che al tempo curò proprio l’accordo di partnership tra l’Università di Messina e Sviluppo Italia. «Tale struttura è dedicata alla nascita di imprese “nuove”, frutto di “spin off” da ricerca. L’incubatore dovrebbe garantire, in particolare ai giovani, l’offerta di spazi adeguati a costi contenuti e servizi di supporto, di assistenza consulenziale e di reperimento di finanza dedicata ed agevolata. Nel caso dell’incubatore di Messina, esso nasce anche con lo scopo specifico di promuovere e sostenere la nascita di imprese ad opera dei laureati dell’Università».
Il professore Signorino ricorda come la permanenza nell’incubatore ha sempre una durata limitata, trascorsa la quale l’impresa esce dalla struttura per affrontare il mercato con le forze nel frattempo maturate, rendendo disponibile a nuove attività lo spazio occupato. «La permanenza nell’incubatore di Messina - spiega l’economista - era definito nell’accordo di concessione in 36 mesi, eccezionalmente prorogabili fino a 60, in modo da generare un flusso continuo di imprese nuove e innovative».
Il consorzio Eurolink non presenterebbe invece alcuna caratteristica idonea a consentirgli di diventare l’ospite-beneficiario della struttura. «Non si tratta di una impresa “nuova”, risultando dalla costituzione in consorzio dell’associazione di imprese vincitrice della gara per il general contractor del Ponte, svoltasi tra il 2005 ed il 2006», aggiunge Signorino. «Sicuramente il Ponte non è frutto di “progetti di ricerca” dell’Università di Messina, né il consorzio è costituito da imprenditori giovani e non sufficientemente attrezzati per affrontare i costi normali della permanenza sul mercato. In relazione alla durata della locazione, Eurolink dovrebbe installarsi prima dell’inizio dei lavori, che avranno una durata minima di sei anni. Occorre dunque pensare ad una permanenza per lo meno pari ad 80 mesi. Per ciò che riguarda il costo della locazione, non noto, occorre ricordare che la logica dell’incubatore non è quella della valorizzazione reddituale degli immobili. Sviluppo Italia è una SpA pubblica nata per promuovere le imprese, non per incrementare la sua rendita con l’affitto di locali ottenuti in concessione». L’economista rileva infine che lo stabile di contrada Papardo è in via di ristrutturazione con un finanziamento pubblico concesso per lo specifico scopo di realizzarvi l’“incubatore”: «la sua utilizzazione a beneficio del consorzio Eurolink costituirebbe, a mio avviso, una distorsione di tali finalità, di cui si gioverebbe un gruppo di imprese già esistenti e attive sul mercato internazionale».
Rilievi pesanti che forse meriterebbero l’apertura di un fascicolo in Procura per accertare se non siano stati commessi possibili illeciti con la riconversione dei locali universitari nel centro strategico dei business men del Ponte. In occasione della riunione del Senato accademico prevista per il 5 luglio, la Rete No Ponte ha intanto preannunciato un sit-in di protesta contro ogni forma di sostegno dell’Ateneo di Messina al devastante progetto di collegamento stabile nello Stretto.

mercoledì 16 giugno 2010

L’inquinamento elettromagnetico della base USA di Niscemi

di Antonio Mazzeo

È una delle installazioni militari meno note in Italia ma è certamente tra quelle più pericolose dal punto di vista ambientale. Operativa dal 1991, la Naval Radio Transmitter Facility – NRTF di Niscemi (Caltanissetta) assicura le telecomunicazioni della Marina militare degli Stati Uniti d’America a livello planetario; inoltre, è destinata ad ospitare uno dei quattro terminali terrestri del MUOS, il nuovo sistema di trasmissioni satellitari delle forze armate USA. La NRTF sorge a pochi chilometri dal centro abitato di Niscemi, a stretto ridosso del perimetro della riserva naturale “Sughereta”, sito d’importanza comunitaria SIC. Ospita una quarantina di antenne e ponti radio che emettono, 24 ore al giorno, 365 giorni all’anno, onde elettromagnetiche che coprono tutto lo spettro compreso tra le HF, le VHF e le UHF (le alte, altissime ed ultra frequenze per le comunicazioni radio di superficie) e leELF, le VLF e le LF (le frequenze estremamente basse e bassissime, in grado di penetrare in profondità le acque degli oceani e contribuire alle comunicazioni con i sottomarini a capacità e propulsione nucleare). Un cocktail micidiale che sovrespone gli abitanti e la variegata fauna e flora locale all’inquinamento elettromagnetico di cui solo negli ultimi mesi è stato possibile conoscerne i gravissimi ed insostenibili livelli.      
Nel corso del convegno sui “rischi MUOS”, promosso dalle associazioni che si oppongono al nuovo programma militare-satellitare, il sindaco di Niscemi, Giovanni Di Martino, ha presentato gli ultimi dati sulle emissioni rilevate dall’ARPA, l’Agenzia Regionale per la Protezione dell’Ambiente. «Nel periodo compreso tra il 22 marzo e il 19 aprile 2010, la centralina posta in un’abitazione privata di contrada Ulmo, nei pressi della Stazione USA, ha registrato l’emissione, costante, di valori leggermente superiori ai 6 V/m (volt per metro), il limite di attenzione fissato dalle normative italiane per l’esposizione ai campi elettromagnetici», ha dichiarato Di Martino. «Si tratta di valori estremamente preoccupanti, anche perché ci troviamo all’interno di un territorio già colpito da complesse emergenze ambientali. Abbiamo chiesto all’ufficio legale del Comune di Niscemi di verificare se esistono le condizioni per procedere in sede giudiziaria contro la Marina militare degli Stati Uniti. Intanto abbiamo inviato una diffida perché i responsabili della base intervengano per bloccare l’inquinamento elettromagnetico».
I nuovi rilievi dell’ARPA sono ancora più allarmanti di quanto verificato nella precedente attività di monitoraggio (tra il dicembre 2008 e il marzo 2009), quando in contrada Ulmo la centralina aveva registrato una «media di esposizione di circa 6 V/m», con «picchi settimanali di superamento» del valore soglia, probabilmente dovuti all’intensificarsi delle attività di teletrasmissione. Già allora, però, le misurazioni avevano lasciato fortemente perplesso il Comitato No Muos che aveva denunciato come al tempo erano in funzione appena il 50% circa delle antenne della base di Niscemi. «Non si è poi tenuto conto che una delle caratteristiche delle trasmissioni militari è la non continuità delle emissioni, nonché la variabilità della potenza con cui esse vengono irradiate», aggiungevano gli esponenti della Campagna per la smilitarizzazione di Sigonella. «Va poi ricordato che gli esperti in tema d’inquinamento elettromagnetico stimano in un 10-15% l’incertezza relativa delle misurazioni delle frequenze. Ciò significa che le abitazioni a ridosso della base di Niscemi potrebbero già essere sottoposte costantemente ad emissioni con valori che superano i 7 V/m. E numerosi ricercatori di fama internazionale chiedono da tempo di ridurre sensibilmente i cosiddetti “limiti di attenzione” previsti dalle normative, dato che i 3-4 V/m sono già considerati ad altissimo rischio per la salute umana».  
Ad accrescere i timori delle organizzazioni no-war i risultati di uno studio di Massimo Coraddu (ricercatore dell’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare - INFN di Cagliari) sulle emissioni della Stazione di Niscemi e sulle rilevazioni realizzate dall’Agenzia Regionale per la Protezione dell’Ambiente. «La strumentazione e la procedura utilizzate dall’ARPA per la misurazione dell’elettromagnetismo non sono del tutto adeguate al rilievo del tipo di  emissioni dovute alla NRTF, il che può aver portato a una sistematica sottostima del campo rilevato», afferma il dottor Coraddu«Sono state utilizzate centraline per la rilevazione in continuo con due modalità di funzionamento, Wide Band (con banda passante 100 KHz-3 GHz) e Low Band (con banda 100 KHz-860 MHz), ma non è stato specificato quale delle due modalità sia stata effettivamente utilizzata. Confrontando poi le caratteristiche dello strumento di misura con le caratteristiche delle emissioni delle antenne ci si accorge immediatamente che la centralina non era in grado di rilevare le emissioni VLF e LF di bassissima frequenza della grande antenna radiatore verticale della base USA, operante tra i 3 e i 300 KHz e una lunghezza d’onda da 1 a 100 Km. Si tratta cioè di frequenze in gran parte o del tutto al di sotto della soglia inferiore rilevabile dalle sonde utilizzate da ARPA Sicilia». Nella stazione NRTF di Niscemi, secondo il Submarine Communication Master Plan prodotto nel dicembre 1995 dalla Marina USA, è presente infatti un dispositivo VERDIN (VLF Digital Information Network) per le comunicazioni con i sommergibili in immersione che utilizza frequenze tra i 14 e i 60 KHz in versione US Navy e tra i 14  e i 150 KHz in versione NATO.
Nel suo studio, Massimo Coraddu pone l’attenzione pure sul costruendo centro MUOS che sarà dotato di due trasmettitori UHF della potenza di 105 W e tre grandi parabole che opereranno nella banda Ka delle microonde (18-40 GHz). «La valutazione di impatto ambientale del nuovo sistema di telecomunicazioni satellitari, presentata dalla US Navy, risulta gravemente carente e inadeguata sotto molteplici aspetti e non consente in alcun modo di valutare la gravità dei problemi e dei rischi legati alla sua installazione», spiega il ricercatore dell’INFN«Non vengono rese note le principali caratteristiche dei trasmettitori e delle antenne utilizzate (frequenze, caratteristiche del segnale, etc.) e neppure viene spiegata la metodologia di calcolo. I risultati sono tra loro incoerenti e contraddittori: come distanza di sicurezza per l’emissione di microonde dalle parabole, vengono presentati due differenti valori, entrambi spaventosamente alti, 38,9 Km alla tabella 6.5 e 135,7 Km alla tabella 6.7. Gravi le omissioni per ciò che riguarda i rischi dell’impianto. La valutazione delle distanze di sicurezza e del livello di campo è stata realizzata verificando, una alla volta, l’emissione delle singole antenne, e non, come prescrive la normativa, l’emissione simultanea di tutti gli apparecchi, al massimo livello di potenza. Non viene neppure esaminato quello che probabilmente è il peggiore dei rischi possibili: un incidente o un errore di puntamento che porti all’esposizione accidentale al fascio di microonde, pericolosissimo e potenzialmente letale, anche per brevi esposizioni, a distanze inferiori a circa 1 Km». Massimo Coraddu lamenta inoltre come sia stata omessa ogni considerazione riguardo l’impatto delle emissioni sull’ambiente naturale circostante, «quando è ben noto come le microonde risultano nocive per molteplici specie, come le api, fortemente disturbate anche da bassi livelli di campo, o gli uccelli che potrebbero essere feriti o uccisi in volo se attraversano accidentalmente il fascio emesso».
In assenza di studi scientifici specifici sul rischio elettromagnetico del MUOS, si potrà attingere solo a quanto già accertato per le onde generate dagli impianti della telefonia cellulare che operano tra i 900 Mhz e i 2 GHz, lo stesso rangedel nuovo sistema satellitare delle forze armate USA. È il sistema nervoso centrale, in particolare, ad essere colpito dall’esposizione alle microonde. Come rilevato nel febbraio 2006 dalla Commissione Internazionale per la Sicurezza ElettroMagnetica - ICEMS (tra i componenti, scienziati, ricercatori ed oncologi di Italia, Stati Uniti, Russia, Cina, Brasile, Svezia e Canada), «è stata accumulata evidenza epidemiologica che indica un aumentato rischio di tumori al cervello per l’uso prolungato di telefoni mobili».